La ditata

La partita è in bilico. C’è un pallino quasi a riga da spingere su. Una trentina di centimetri più o meno. Va sempre bene. Il tiro più semplice del mondo, anzi non si può nemmeno considerare un tiro. Potresti farlo con la sinistra, bendato, di spalle… Esegui e manchi completamente il pallino. Non lo sfiori nemmeno.

Resti lì incredulo, come frizzato, impietrito. In sala tutti ridono e non puoi certo biasimarli: rideresti anche tu al posto loro. Eppure non c’è stato nessun movimento tellurico. Cosa può essere successo? Forse una ditata. Paolo Villaggio direbbe mi si sono intrecciati i diti.

Un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, ma quello era molto più semplice, eri davanti alla porta vuota con nessun avversario intorno e il pallone è finito fuori. Di colpo non conta più nulla. Non contano più i tiri sbagliati e quelli azzeccati che hai fatto fino a quel momento (avevi anche preso un bel calcio da 20 a tutto braccio). Non conta nemmeno il tiro successivo della disperazione, con cui inevitabilmente sanzioni la sconfitta tua e del tuo compagno di coppia. Sei ancora inebetito. Incredulo. Ti chiedi solo come mai sei lì e non a casa tua, sul divano a guardare la Champions. L’unica cosa che puoi fare è salutare, uscire, salire in macchina.

Forse è stato un segnale da lassù. Forse è davvero giunto il momento di restare sul divano. In fondo, come direbbe il tuo amico Luca Casadei, ormai hai una certa. In questa “seconda carriera biliardistica” (virgolette obbligatorie) ti sei addirittura preso alcune soddisfazioni che non ti saresti proprio aspettato.  Potresti chiudere la stagione ormai agli sgoccioli, prendere le tue maglie e portarle ai tuoi capitani. Pensa un po’: giochi addirittura in due squadre diverse.

Lo farai? Chissà. Intanto lo smartphone ti avvisa che è arrivata una mail. La apri e, ironia della sorte, c’è scritto che il guantino che hai appena ordinato su Amazon è stato spedito all’indirizzo richiesto.

 

Boccette in Germania

Norimberga, interno notte, anno 1971 o forse ’72. Nell’ampia sala con sei biliardi da pool si stanno spegnendo le luci. Il barista sta lavando e asciugando gli ultimi immensi boccali di birra. Cinque ragazzi, avranno 20-30 anni, leggermente alticci, si accingono ad andarsene quando vedono una scena insolita. C’è un ragazzo più giovane, non ancora maggiorenne. Ha i capelli scuri, è un italiano. Si avvicina all’unico biliardo con le luci ancora accese, estrae dal triangolo di legno la biglia nera col numero 8 e si allunga, facendola rotolare dolcemente poco oltre metà biliardo. Al centro del tavolo verde ha messo cinque mozziconi di sigaretta disposti a croce. Poi prende un’altra biglia numerata, si posiziona dietro la sponda corta, si allunga, lancia dolcemente la biglia che colpisce la nera e quest’ultima, nel suo percorso, abbatte i tre mozziconi centrali. L’operazione si ripete diverse volte e spesso i birilli, pardon i mozziconi, cadono. I cinque tedeschi non capiscono cosa sta succedendo, si avvicinano incuriositi, parlano al ragazzo italiano ma lui non comprende cosa dicono. Allora interviene uno di loro, che evidentemente biascica un po’ di italiano. “Cosa fai?”. “Mi sto allenando a bocciare” è la risposta. “Giochi con le mani?”. “Sì, in Italia giochiamo così”. “Voglio provare”. Il tedesco quasi spintona via il ragazzo, prende la biglia nera e la fa rotolare un po’ troppo in alto, poi tenta di colpirla, ma va clamorosamente a vuoto e a girare sul panno verde è solo la biglia che ha lanciato. Scoppia una risata fragorosa degli altri quattro. “Aspetta – interviene il giovane italiano – ti insegno io. Ecco mettiti così, ora allungati, ma cerca di non fare un gesto di scatto mentre lanci la biglia”. Questa volta la numero 8 viene colpita e almeno un po’ si muove, ma ad abbattere i birilli, chiedo scusa i mozziconi, è l’altra biglia. Il tedesco, cocciuto, insiste, ma non gli va molto meglio. Poi prova un altro, un altro ancora, finché miracolosamente uno dei cinque riesce a fare filotto. Con i tre mozziconi abbattuti esulta a mani alzate e gli altri lo applaudono, lo abbracciano, urlano come se avesse segnato un gol. È a quel punto che interviene il barista. Dice in tedesco ai ragazzi che è tardi e devono andarsene. Loro mugugnano un po’, ma si avviano verso l’uscita. Si spengono anche le ultime luci. Il barista chiude a chiave la sala e se ne va col ragazzo.

Questo fatto è realmente accaduto. Il barista era mio padre e il ragazzo ero io.

Quell’anno al Moto Club

Ci voleva una scommessa con Luca Casadei per farmi tornare così indietro nei ricordi. Ma non mi sono fatto prendere troppo dalla nostalgia ed è stato bello ritrovare, ad esempio, questa foto del Moto Club stagione biliardistica 79-80.

Da sinistra in piedi: Tiziano Borghi, Iseo Calamelli, Giuseppe Trinca, Luca Casadei, Franco Musconi, Maurizio Andreoli, Alfiero “Bibi” Zarantonello, Bruno Stufetti, Meri Degli Esposti, Sotto: il dirigente Beltrandi, Sauro Bacci, Roberto Caravita, Franco Montefiori, Paolo “Pachito” Solani, Lidio Ronchi

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I master e la comunicazione

Ieri pomeriggio ho passato un paio d’ore a Faenza a vedere i master. Molto alto il livello di gioco. Parecchi tiri spettacolari. Confermo che si va sempre più verso il gioco d’attacco, direi quasi violento, se mi passate il termine. Ad esempio ho visto Angelo Corbetta vincere una manche ai 50 contro Iuri Minoccheri in 3 tiri. Piaccia o meno ora è così. Quella che continuo a trovare poco sensata è la formula. A partire dai pareggi e non solo. Ma soprattutto la comunicazione non mi pare adeguata. Ci sarebbe da fare un monumento a Massimo Berselli e a Piero Guglielmi per quello che fanno a livello di volontariato. Bravissimi e infaticabili. Ma a livello ufficiale quasi tutto tace. Mi sono anche chiesto cosa avrebbe capito chi si fosse trovato a passare di lì per caso. Chi erano i giocatori, cosa stava succedendo eccetera. Insomma il mio umile è disinteressato consiglio alla Fisbb, specie ora che grazie alla fusione dovrebbero entrare più fondi, è impegnarsi a fondo e lavorare molto nella promozione degli eventi.