La partita è in bilico. C’è un pallino quasi a riga da spingere su. Una trentina di centimetri più o meno. Va sempre bene. Il tiro più semplice del mondo, anzi non si può nemmeno considerare un tiro. Potresti farlo con la sinistra, bendato, di spalle… Esegui e manchi completamente il pallino. Non lo sfiori nemmeno.
Resti lì incredulo, come frizzato, impietrito. In sala tutti ridono e non puoi certo biasimarli: rideresti anche tu al posto loro. Eppure non c’è stato nessun movimento tellurico. Cosa può essere successo? Forse una ditata. Paolo Villaggio direbbe mi si sono intrecciati i diti.
Un giocatore non si giudica da un calcio di rigore, ma quello era molto più semplice, eri davanti alla porta vuota con nessun avversario intorno e il pallone è finito fuori. Di colpo non conta più nulla. Non contano più i tiri sbagliati e quelli azzeccati che hai fatto fino a quel momento (avevi anche preso un bel calcio da 20 a tutto braccio). Non conta nemmeno il tiro successivo della disperazione, con cui inevitabilmente sanzioni la sconfitta tua e del tuo compagno di coppia. Sei ancora inebetito. Incredulo. Ti chiedi solo come mai sei lì e non a casa tua, sul divano a guardare la Champions. L’unica cosa che puoi fare è salutare, uscire, salire in macchina.
Forse è stato un segnale da lassù. Forse è davvero giunto il momento di restare sul divano. In fondo, come direbbe il tuo amico Luca Casadei, ormai hai una certa. In questa “seconda carriera biliardistica” (virgolette obbligatorie) ti sei addirittura preso alcune soddisfazioni che non ti saresti proprio aspettato. Potresti chiudere la stagione ormai agli sgoccioli, prendere le tue maglie e portarle ai tuoi capitani. Pensa un po’: giochi addirittura in due squadre diverse.
Lo farai? Chissà. Intanto lo smartphone ti avvisa che è arrivata una mail. La apri e, ironia della sorte, c’è scritto che il guantino che hai appena ordinato su Amazon è stato spedito all’indirizzo richiesto.


